L’improbabilità degli dèi

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di STEFANO STOFFELLA (psicologo) <>
Tramite l’osservazione e la ragione, possiamo arrivare alla conclusione che un particolare tipo di dio sia altamente improbabile, o che l’ipotesi di un dio di quel tipo sia meno probabile di altre ipotesi. Non mi è possibile dire alcunché riguardo all’ipotesi di divinità la cui esistenza non sia comprensibile tramite l’osservazione e la ragione, dato che tutto ciò che possiamo conoscere deriva proprio da queste due cose, che le ipotesi iniziali escludono. Mi occuperò quindi di divinità che si dice interagiscano o abbiano interagito col nostro universo.

«A parità di fattori, la spiegazione più semplice tende ad essere quella esatta» (Rasoio di Occam, Guglielmo di Occam)

Se chiedessi ad una persona sdraiata su una calda spiaggia: «su questa spiaggia ci sono più persone abbronzate, oppure persone abbronzate che desiderano una bibita fresca?», dopo un iniziale sbigottimento per via della domanda inusuale, otterrei la risposta che essa ritiene più probabile, cioè “persone abbronzate”. L’esistenza di persone abbronzate può essere constatata tramite osservazione. La seconda ipotesi, invece, va dimostrata tramite delle prove. Logica vuole che l’onere della prova spetti a chi afferma. L’unica cosa certa che possiamo affermare, quindi, è che ci siano persone abbronzate.
Questa situazione rappresenta un perfetto caso di classe inclusione: l’insieme delle persone abbronzate contiene l’insieme delle persone abbronzate che desiderano una bibita. La probabilità della seconda ipotesi sarà sempre minore o uguale alla probabilità della prima.
Ora, potrei cambiare i fattori in gioco e chiedere: «è più probabile che esista l’universo, oppure l’universo e gli dèi?». Come nel precedente caso, possiamo constatare l’esistenza dell’universo, ma se affermassimo l’esistenza degli dèi avremmo l’onere della prova, come dimostra Bertrand Russell con il suo paradosso della Teiera Celeste.
«Se io sostenessi che tra la Terra e Marte c’è una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi, purché mi assicuri di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata, sia pure dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che – posto che la mia asserzione non può essere confutata – dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe con tutta ragione che sto dicendo fesserie. Se, invece, l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità ed instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un tempo antecedente».
Possiamo dire che il caso è analogo al precedente, ovvero: l’esistenza dell’universo ha maggiore o uguale probabilità dell’esistenza dell’universo-e-gli-dèi.
Oltre a questo, se si affermasse che l’universo è stato creato da uno o più esseri superiori che esistono da prima di esso e sono sempre esistiti, ammetteremmo la possibilità che possano esserci delle cose eterne. A questo punto, usando il rasoio di Occam, si arriverebbe alla conclusione che la soluzione più probabile sarebbe che l’universo stesso sia sempre esistito. La divinità creatrice, infatti, sarebbe un’aggiunta non necessaria.

Lo spostarsi delle spiegazioni sui fenomeni dell’universo

Portare prove dell’esistenza degli dèi non è cosa facile. Si può notare, osservando la storia, come molte di quelle che in passato venivano considerate prove dell’esistenza degli dèi, al progredire della conoscenza umana siano andate diminuendo. Punizioni divine, calamità e miracoli, si sono poco alla volta trasformate in malattie, fenomeni geologici, medicina e fenomeni fisici. Vi è infatti una tendenza, che mai si è invertita nel corso della storia, a portare le domande e le spiegazioni sui fenomeni dell’universo dalle religioni alla scienza. Quelle che prima venivano considerate prove dell’esistenza degli dèi, si sono trasformate in evidenze scientifiche di fenomeni spiegabili razionalmente.

La scienza può spiegare tutto?

«Vi sono cose che la scienza non può spiegare»: spesso, chi afferma questo potrebbe portare l’esempio della “nascita” dell’universo. Facilmente, questa persona sosterrà che il big-bang non sia potuto iniziare da solo, ma sia stato fatto partire da un dio. Questa è un’idea errata di scienza e della teoria del big-bang. Essa infatti non dice che l’universo sia stato creato dal big-bang, ma che le nostre conoscenze e le prove raccolte ci portano a pensare che nel passato remoto, fino a dove possiamo misurare con gli strumenti, la materia dell’universo era concentrata in uno spazio estremamente ridotto. Oltre a quel punto, non abbiamo per ora conoscenze e strumenti sufficienti per sapere altro.
Prima del big-bang non c’era nulla, quindi? In realtà, l’universo può essere sempre esistito (una teoria complementare, quella del big-bounce, ipotizza che l’universo abbia una ciclica espansione e contrazione), togliendo quindi l’onere della sua creazione a qualsiasi genere di essere superiore. Il vantaggio del metodo scientifico, rispetto ai dogmi, è di poter essere messo in discussione, in modo da evidenziare eventuali errori.

La pluralità degli dèi

Ogni popolo ha sviluppato un sistema di credenze, ed ognuno ritiene che il proprio sia il più corretto e veritiero.
Osservando ogni religione teistica, sembra che la veridicità del proprio dio sia esclusivamente legata al luogo in cui essa è nata e non ad eventuali prove inconfutabili. Ogni individuo è portato a credere nella religione più diffusa sul territorio nel quale nasce. Verso di essa tenderà perciò a sospendere ogni giudizio. Questo è spiegabile tramite i processi di apprendimento e condizionamento. Lo stesso giudizio non viene sospeso, invece, quando si è intenti ad osservare le religioni altrui o passate. In quei casi, qualunque persona riesce a riconoscere senza problemi il “pensiero magico”, a dubitare dell’effettiva veridicità di ciò in cui credono gli altri, ed arrivare presto alla conclusione che la loro sia solo una superstizione primitiva. Allo stesso modo, se una persona della religione appena giudicata osservasse la prima, darebbe gli stessi identici giudizi.
La pluralità degli dèi, inoltre, porta alla conclusione che la probabilità che esista un preciso dio in contemporanea con l’universo sia inferiore a quella che esistano uno o più dèi qualunque e l’universo, a sua volta inferiore a quella che esista l’universo e nessun dio. Più divinità diverse e mutualmente esclusive vengono credute vere, meno probabile è la loro esistenza.

Si crede negli dèi più “popolari”

Nessuno più crede nelle divinità nordiche o in quelle dell’olimpo. Quegli dèi, agli occhi di chiunque li osservi, non sono più veri dèi, ma esseri mitologici. Se molte persone vi credessero, invece, verrebbero considerati al pari degli dèi rappresentati dalle religioni attualmente più diffuse. Da questo si può osservare che la credenza religiosa sembra basarsi fortemente sulla credenza religiosa stessa.

Si crede per alleggerire il carico cognitivo

Secondo un recente studio cognitivo (in “New Scientist” 2694. Born believers: How your brain creates God), la tendenza a credere in esseri soprannaturali sarebbe un effetto dell’evoluzione del cervello, utile a diminuire il carico cognitivo. Mediante la creazione di personaggi fittizi, latori di intenzioni, si semplificherebbe il principio di causa ed effetto inventando una volontà che stia alla base della causa.

Il problema dell’onnipotenza

Volendo osservare le caratteristiche più comuni degli dèi, potrebbe saltare all’occhio un grossissimo problema, già evidenziato dal filosofo Epicuro.
Noi sappiamo che gli dèi sono onnipotenti, ossia hanno potere di fare qualunque cosa. Sappiamo anche, dai testi sacri, che gli dèi sono buoni e benevolenti, ovvero desiderano che prevalga il bene sul male. Tuttavia, è  facile constatare l’esistenza del dolore e del male. Come si conciliano queste cose?

  • Se gli dèi non vogliono il male, ma non possono evitarlo, significa che non sono onnipotenti;
  • Se gli dèi possono evitare il male, ma non vogliono, significa che non sono benevolenti;
  • Se gli dèi non possono e non vogliono evitare il male, significa che non sono né onnipotenti, né benevolenti.
  • Quindi, gli dèi devono volere e potere evitare il male. Ma allora, perché il male esiste?

La complessità della spiegazione di un dio che conosce allo stesso tempo ogni cosa di ogni istante dell’universo e che vi può intervenire, crea un circolo vizioso nel quale il dio in questione non avrebbe alcun motivo per intervenire. Infatti qualsiasi intervento comporterebbe la negazione della sua perfezione e della perfezione del suo creato. Ogni testimonianza di miracoli o interventi divini gioca contro la logica stessa dell’esistenza di un dio con quelle caratteristiche. Per poter dimostrare l’esistenza di un dio così fatto, sarebbe necessario addentrarsi in una spiegazione talmente complessa e contenente talmente tante eccezioni, da renderla notevolmente più complessa di quella che sarebbe la spiegazione del solo universo.
Epicuro conclude che gli dèi esistono ma non si interessano dell’uomo. Io penso che questo genere di dèi siano improbabili, che la loro esistenza sia da intendere solo come fatto psicologico e che, bene o male, esistano solo relativamente al punto di vista da cui li si giudica.



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