“Io, purtroppo, non credo”

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di NANDO TONON <>
Non è raro ascoltare questa quasi amareggiata confessione da persone che, su base razionale, non riescono ad accettare le lusinghe e i misteri insondabili della religione e tuttavia affermano di dolersene. Come se la vita, senza tale “ancora di salvezza”, dovesse per forza risultare più scarna, più ardua da sostenere. Come se la spiritualità – che ci solleva dal resto del regno animale – fosse prerogativa esclusiva dell’essere religiosi. Penso si tratti di un atteggiamento distorto, anch’esso conseguenza del clima culturale in cui siamo immersi nostro malgrado, a partire dalla prima infanzia, allorché, ancora incapaci di sviluppare riflessioni e ragionamenti autonomi, tendiamo ad assorbire l’insegnamento confessionale che si installa nell’animo come un imprinting e induce poi ad accettarne, per pigrizia mentale, certi schemi valoriali. Ciò genera un equivoco di fondo – così percepito dai più – secondo cui il materialismo filosofico corrisponderebbe all’immersione in una buia cappa, orfana di traguardi etici alti, alla miope ricerca di soddisfare solo i nostri bisogni elementari, attesa la brevità e l’unicità della vita disponibile. Far credere che soltanto l’ipotesi di una vita futura abbia le carte in regola per conferire un senso a quella che stiamo vivendo sulla faccia della Terra, rappresenta – a mio avviso – un abuso intellettuale, un inconcepibile – e aggiungerei offensivo – atto di presunzione.
Un diffuso luogo comune

Eppure questo è il messaggio ossessivamente trasmesso dalle religioni, ognuna con le proprie allettanti promesse di paradisi e di eterne, supreme gioie difficilmente rappresentabili e immaginabili. Promesse evanescenti, alle quali quasi tutti si aggrappano come a ogni fonte di speranza che esista un “domani” più radioso dell’oggi. La principale funzione della trascendenza sembra allora quella di molcere gli animi scontenti, frustrati o sofferenti con l’aspettativa di una compensazione postuma. Ma – chiedo – è sufficiente ciò per far vivere meglio il devoto rispetto allo scettico, che coraggiosamente si misura con l’esistenza, consapevole che come essa è giunta, così è giocoforza ritorni da dove è partita? Personalmente ne dubito assai.
Più volte mi viene allora chiesto di spiegare qual è il senso della vita per un non credente. Ammetto che non è semplice dare una risposta esauriente, quale potrebbe essere il sostenere che la vita ha un senso per lo stesso fatto di esserci, per l’opportunità di fruirla nel migliore dei modi in tutte le sue sfaccettature: materiali, morali, spirituali. Si può definire priva di senso l’esistenza di uno scienziato ateo, di un poeta ateo, di un artista ateo, soltanto perché le loro menti sublimi non hanno sentito la necessità di compiere i loro acrobatici esercizi senza la rete? E’ stata senza significato o senza luce l’esistenza di Voltaire, di Leopardi?

Il vezzo di considerarsi “meno fortunati”

Ma se non è semplice per il non credente offrire un’interpretazione che soddisfi appieno il dubbioso, per certo non lo è di meno per il credente fornire una spiegazione plausibile al perché di questo “attimo” di esistenza terrena (spesso ingrata) se davvero fossimo destinati a quella eterna, di tutt’altra natura. La nascita della Terra risale a circa 4,5 miliardi di anni or sono: l’uomo – o meglio l’ominide – compare soltanto intorno a questi ultimi 2 o 3 milioni. Dunque per 4 miliardi e 497 milioni di anni non c’è stato nessuno sul nostro pianeta a consumarsi in speculazioni sull’ipotesi di vita ultra terrena. Che bisogno aveva il “Creatore Intelligente” di attendere questo sconfinato abisso di tempo prima di aggiungere alla rigogliosa vita preesistente l‘uomo, il quale oltre tutto sembra fare del suo meglio per distruggere quanto ha trovato al suo apparire?
Naturalmente la disamina può proseguire ad libitum e non si liquida certo in poche, generiche righe. Si può nondimeno cercare di contrastare la convinzione che sia creatura condannata all’infelicità dell’anima chi non confida in un’avventura ultraterrena dai contorni vaghi e sfuggenti. E parallelamente cercare di indurre, piuttosto, al consapevole orgoglio della “non credenza” coloro che si dichiarano “meno fortunati” per essere “condannati a patire” tale loro condizione di scettici. Spero lo facciano per vezzo, non per convinzione o rassegnazione. E’ finito il tempo in cui “ateo” era sinonimo di persona triste e trista, benché l’attuale titolare del soglio pontificio abbia ancora ribadito (l’ingeneroso) concetto secondo il quale chi non si riconosce in un essere soprannaturale che ne guidi il cammino “mette a repentaglio la propria dignità umana”

La spiritualità non è un monopolio

La spiritualità – intesa come espressione più alta dell’intelletto – è patrimonio di tutti: basterebbe l’interminabile elenco di grandi, nobili personaggi di ieri e di oggi che hanno illuminato la loro e l’altrui esistenza senza bisogno di una divinità di riferimento da temere o da adorare. E d’altronde, che non esista un eden di privilegiati lo attesta il comune porsi di fronte alla fisiologica scadenza di ogni forma vivente. I credenti piangono e soffrono dinnanzi al caro scomparso non meno degli scettici, né frena le loro lacrime lo sperare che “al di là” la vita continui, anzi si tramuti nella beatitudine eterna. E lo stesso terrorista che si immola in nome di un dio seminando morte e distruzione, viene pianto dai congiunti ancorché “destinato” a raggiungere il paradiso del suo nume celeste. Ciò indica con sufficiente chiarezza la difficoltà per tutti di adeguarsi a una legge universale che informa di sé l’intero Cosmo, animato o meno che sia: l’illusione del “dopo” – a quanto ci è dato constatare – di fatto consola ben poco.
Perché allora non accettare la legge naturale e gioire – ove possibile – di questa vita senza bisogno di attenderne, chissà perché, un’altra? Personalmente il pensiero di dover lasciare questo mondo non limita la mia attuale “joie de vivre”, non mi impedisce di attribuirle il senso che essa ha per ciò che è e non per ciò a cui ipoteticamente prelude.Davvero non mi sento affatto “sfortunato” senza un dio a cui credere.


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