I gravi guasti etici del “confessionale”

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di CARLO TAMAGNONE <>
PENITENZA O CONFESSIONE

Per quanto non ce ne rendiamo conto una delle invenzioni più devastanti per l’etica in generale è il sacramento della penitenza, più comunemente noto come confessione in ambito cattolico. Esso è operazione di purificazione sacramentale grazie alla quale il peccatore, specialmente se reo di peccato mortale (e quindi andato “fuori” della comunità ecclesiale perché sporcato dalla colpa contro dio), torna subito “pulito”. Una purificazione-rigenerazione santificante che lo riconcilia col sacro e che, espiata la penitenza (spesso sotto forma di preghiere), con anima pura può tornare a ricevere l’ostia consacrata. Il meccanismo è codificato e il processo di ri-santificazione ripetibile. Le radici della confessione sono antichissime ed essa era già praticata in pressoché tutte le religioni antiche e legata al valore magico della “parola” espressa nella pubblica “dichiarazione di colpa”. Un rituale che attraverso l’autodenuncia esponeva il peccatore al ludibrio e all’umiliazione, seguita dal perdono e dall’assegnazione di una penitenza quale “tariffa d’estinzione” e rientro a pieno titolo nei ranghi della comunità.
La teologia cristiana raccoglie le basi dottrinarie di tale denuncia-penitenza-perdono dal giudaismo (Esdra, 10, 11; Proverbi, 28, 13; Salmo 32, 5; Salmo 51, 3-8; Isaia, 6, 1-5 e 43, 25; Daniele, 9,4-19) e che si ritrova poi in molti punti dei vangeli (Luca, 5, 21; Marco, 2,7; Matteo, 16, 19 e 18,18; Giovanni, 20, 23). Solide basi dottrinali dunque, riprese più volte e codificate poi nella confessione auricolare da Innocenzo III nel IV Concilio Lateranense del 1215 (Conciliorum oecumenicorum, Roma, Herder, 1962, p. 221). Il Concilio di Trento ratificherà e rafforzerà il sacramento e investirà il confessore (“ministro assolutore-penitenziere”) di un vero “potere giudiziale-sacrale”, la cui efficacia non è messa in mora neanche dall’eventuale stato di reità del confessore nell’esercizio della sua funzione, proprio perché “l’operante” è dio stesso e non il ministro che recita l’absolvo.

CHI È LA VITTIMA?

A parte le migliori intenzioni riconoscibili al sacramento stesso: cioè il non radicalizzare il peccato e il non criminalizzare il peccatore, evitando di discriminarlo, offrendogli quindi la possibilità di pentirsi e redimersi, questa redenzione-purificazione e rientro nella comunità non più gravato dalla colpa “contro dio” è però estraneo alla colpa etica del danno recato alla vittima reale. Una volta purificato dalla confessione il fedele non conserva il peso della propria colpa nella coscienza etica (una specie di fedina penale interiore) che lo determini a non recidivare, primo perché ha assolto al suo dovere verso dio e secondo perché sa che “ogni volta” la confessione azzererà la colpa e lo farà ripartire da zero. Il peccato è infatti colpa contro dio, è dio la vittima sacrale, non per esempio il bambino violentato in un accesso di pedofilia. Poi dio perdona “sempre” avendo stabilito che l’atto di contrizione recitato al suo ministro “azzera il conto” a suo nome. Anche un tentato assassinio è colpa contro dio, sicché mutilazione o morte della vittima sono estranee alla colpa religiosa: che la vittima si salvi o muoia è questione secondaria, che riguarda solo il codice penale. Paradossalmente, è vero che la vittima ci rimette molto se muore in peccato mortale perché va direttamente all’inferno, ma se è in grazia di dio guadagna “subito” il paradiso e ciò accade grazie al suo assassino.
Quello di pedofilia è teologicamente peccato contro dio e non contro la vittima (che è solo l’oggetto del danno), ma il problema è che il peccatore non vuole trasgredire la legge di dio ma semplicemente è un soggetto psichiatrico che di fronte a un oggetto di desiderio “non può farne a meno”. Se ne pentirà, verrà risarcito col sacramento della penitenza tramite confessione e tornerà in grazia di dio. È quasi sicuro il suo onesto e sincero pentimento; purtroppo la sua patologia non gli impedirà alla prossima occasione di reiterare l’atto, ma poi riacquistare col sacramento la purezza, poi reiterare ancora l’atto e poi ritornare puro, infine entrare in una catena del tipo: a) colpa 1 + confessione 1 + perdono 1 → b) colpa 2 + confessione 2 + perdono 2 → c) colpa 3 + confessione 3 + perdono 3 → d) colpa 4 +confessione 4 +perdono 4 → x) colpa N + confessione N + perdono N e così via. Le cronache giudiziarie parlano di atti di pedofilia ripetuti centinaia di volte (e naturalmente sempre assolti dal confessore)

AUTOMATISMO ASSOLUTORIO SENZA RIPARAZIONE

Questa facilità e ripetibilità della remissione dei peccati è cosa formidabile, che si rassoda dopo la Controriforma, e Carlo Borromeo istituisce una vera e propria “polizia del peccato” per dominare le coscienze, confessionare all’uopo e controllare la morale del popolo dei fedeli. D’altra parte il Cristianesimo ha una grande tradizione in questo senso: San Pietro tradisce Gesù affermando di non conoscerlo dopo il suo arresto? Non importa, se n’è pentito e si può sempre farne la pietra di fondazione del Cristianesimo stesso! Vorrei solo ricordare che il sistema delle indulgenze è anch’esso figlio di questi meccanismi risarcitivi fatti di gesti, pratiche, cerimonie, oblazioni, ecc. Né si vuole etichettare quest’aspetto del “sistema teologico” del sacramento della confessione come “criminogeno” poiché la religione ha altri meccanismi interni per evitarlo, ma indubbiamente “anti-etico” lo è. Poiché l’eticità non si costituisce attraverso meccanismi formali di enunciazione della colpa → ascolto → perdono e assoluzione → penitenza “a tariffa” → riaccesso all’eucaristia, bensì attraverso la meditazione sulla colpa compiuta e l’elaborazione coscienziale del “lutto da colpa”.
Religione ed etica sul terreno del comportamento, della colpa, della recidiva, dell’elaborazione di coscienza sono quindi incompatibili. In etica la colpa “non è mai risarcibile” in alcun modo, è una ferita permanente della coscienza che deve trovare la via d’uscita attraverso l’obiettivo unico della “non ripetibilità”. Eticamente, da un punto di vista pragmatico, l’unica soluzione non è essere perdonati ma semmai risarcire la vittima. Ciò che però qualifica il senso etico è il ri-modellamento del proprio pensare e del proprio agire in modo che le condizioni che hanno portato all’azione riprovevole “non possano più ripetersi”. Il nocciolo della questione, quello da cui scaturiscono i gravi danni etici della confessione sull’etica generale, dipende quindi dallo sdoppiamento in A) offesa a dio e B) crimine. La remissione dell’offesa a dio molto spesso finisce per mettere in secondo piano il crimine. L’amore per dio è molto più importante dell’amore per uno sconosciuto, nulla più che un’ombra, che io ho falciato di notte a centoventi all’ora a un incrocio facendolo secco. Vado a confessarmi e faccio la comunione e mi santifico, se la polizia non mi scopre e la “denuncia contro ignoti” non ha seguiti mi è semplicemente “andata bene”.

PLATEALE ANTI-ETICITA’ O FRODE MORALE?

Vi è infatti una netta divaricazione tra la colpa che concerne il prossimo “reale” e la colpa che concerne dio. Il fatto assiomatico che il credente debba vedere in ogni uomo passibile di sofferenza “l’immagine di Cristo sulla croce” è tanto astratto da arrivare a stravolgere la forma mentis. Se io sono un ubriacone e vado in giro in macchina da ebbro, poi rompo le gambe a qualche disgraziato, so però che in confessione basterà che mi autodenunci, mi dichiari pentito, venga assolto e reciti le preghiere di penitenza e io tornerò in grazia di dio. La prossima volta che sarò ubriaco romperò di nuovo le gambe a qualcuno (o peggio), ma ripeterò la procedura e così via. L’anti eticità plateale sta nella denuncia strumentale dei propri peccati al fine di estrometterli dalla propria coscienza e così liberarsi per poter “ripulirsi”. Dunque noi abbiamo: autodenuncia + assoluzione + azzeramento + penitenza = anima depurata = grazia di dio riaprendo un vasto ventaglio di possibilità di atti che “comunque” e di “sicuro” potranno essere rimessi nell’eterna macchina teologica denuncia + assoluzione + azzeramento + penitenza = anima depurata = grazia di dio.
Senza voler entrare nell’infamia delle indulgenze dove un soggetto pagando un tributo riduce quantitativamente la pena comminata anche ad un altro soggetto, ma che comunque rientra nella perversa concezione della “perdonabilità-risarcibilità-verginità”, vi sono aspetti specifici di drammatica attualità. Il fatto che un pedofilo possa infierire su una vittima innocente come fosse una “cosa”, confessandosi ogni volta per ripartire da zero come “purificato” e ripartire ancora da zero con cento altre “cose”, magari con l’unica variante di un posto differente, sicché una volta fatto il danno in un posto si può passare tranquillamente a farlo altrove, ne è caso lampante.

PERVERSITA’ DELLA RIPETIZIONE AD LIBITUM

La perversione fondamentale delle pratiche di fede e ciò che le mette in rotta di collisione con i principi etici sta nel concetto di “male”, poiché per la fede il male è sempre metafisico mentre il male fisico diventa una conseguenza del tutto secondaria della trasgressione della legge di dio. In realtà il male, quello vero, quello che danneggia una persona, dal punto di vista degli istituti sacramentali non esiste. Un male può essere tranquillamente perpetrato, praticamente senza danno, da individui ignobili che in virtù dell’adesione a una fede riconosciuta possono farsi beffe dell’etica. O addirittura, come un torturatore dell’Inquisizione, riceverne merito. In altre parole, un comportamento non solo immorale ma decisamente criminoso, può essere “confezionato” in modo da poterlo confessare godendo dei benefici sacramentali connessi, dopo di che ricominciare da zero.
Immaginiamo un corruttore che ogni volta che ha corrotto qualcuno corra dal prete a recitare il mea culpa, riceva l’ego te absolvo, faccia una bella comunione accompagnata dall’assunzione dell’ostia consacrata. Così nutrita e santificata la sua anima ormai pura e gratificata dal corpus Christi potrà tranquillamente ricominciare a corrompere poiché la recitazione del mea culpa e dell’ego te absolvo da parte del confessore sono a-temporali, ovvero ripetibili all’infinito in quanto sacramenti su cui solo dio ha diritto di eccepire. In altre parole, le porte dell’inferno si aprono per chi ha commesso peccato mortale una sola volta senza pentirsi, ma quelle del paradiso si aprono per chi ha commesso mille volte lo stesso peccato mortale denunciandolo puntualmente al confessore, pentendosene e facendosene assolvere.


ETICA E PSEUDO-ETICA DI COMODO

È inutile e tautologico lasciarsi andare ad affermazioni del tipo: l’etica non ha bisogno di dio, presupponendo che l’etica sia innata nella mente dell’uomo. Le cose non stanno affatto così anche se insigni filosofi a cominciare da Kant ci credevano. L’innatismo è purtroppo un’eredità platonica e poi cartesiana di cui facciamo fatica a sbarazzarci. Ciò che vi è di innato, cioè di filogenetico, è solo la volontà di vita o se si vuole l’istinto di sopravvivenza. Solo queste cose sono “innate”, solo esse sono “natura”, tutto il resto è cultura”. Qui sta l’aspetto dirimente della questione, poiché l’etica pone il problema dell’”altro” mentre la pseudo-etica religiosa pone il problema di “dio riflesso nel prossimo”.

Non è che l’etica non abbia bisogno di dio, bensì che l’etica deve stare lontana da dio, poiché esso è fattore estraneo al rapporto etico e il fatto stesso di porlo distorce irrimediabilmente una qualsiasi vera etica. Non esistono etiche innate o rivelate, le etiche si costruiscono; né esistono imperativi categorici ma evoluzione dei principi etici. Ciò che poteva essere etico per Abramo, per Confucio, per Licurgo, per Solone, per Catone, per Seneca, per Montaigne, per Erasmo, per Kant e per chi altri si voglia, potrebbe non esserlo più per un’etica del 2010. L’etica è qualcosa “che vive e si evolve”, poiché essa deve essere continuamente rigenerata nelle sue fondamenta con l’evoluzione della vita e della cultura su tre pilastri irrinunciabili: la libertà, la responsabilità e la compatibilità.



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