Il reato di paternalismo

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di VALERIO POCAR <>
“Paternalismo: atteggiamento, proprio di governi di carattere assolutistico e di dispotismo illuminato, che consiste in una politica di carattere assistenziale e provvidenzialistico nei confronti dei sudditi, caratterizzata da una bonaria e sollecita attenzione verso i loro bisogni ed esigenze, escludendoli però completamente dal controllo delle attività dello Stato e da una qualsiasi forma di partecipazione alla gestione della cosa pubblica […]. Anche: comportamento fondato sul riconoscimento del principio di autorità del superiore e su una sua comprensiva e benevola condiscendenza verso i sottoposti […]” (Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana). Se ai bisogni ed esigenze materiali aggiungiamo anche quelli, stabiliti beninteso dal regime paternalista, di carattere spirituale e morale, abbiamo la perfetta descrizione del rapporto tra le gerarchie della Chiesa cattolica romana (il cui capo, non per caso, si attribuisce il nome di Santo Padre) e i suoi fedeli. Che questo rapporto non sia precisamente democratico, l’abbiamo detto mille volte, ma qui vogliamo parlare delle conseguenze del paternalismo.
Per estensione, il termine “paternalismo” si è applicato anche ad altri tipi di relazione, come quella che può intercorrere tra genitori e figli (i bambini ubbidiscano e preferibilmente tengano la bocca chiusa, ché il genitore sa, meglio di loro stessi, qual è il loro bene), agli orientamenti dei giudici minorili (paternalismo giudiziario), al rapporto medico-paziente (paternalismo medico) e via e via.

Il volto benevolo dello Stato etico

Tutti i paternalismi, nessuno escluso, hanno in comune il difetto di accogliere una normatività di carattere eteronomo che, per la sua stessa natura, tende a ridurre se non a inibire del tutto le potenzialità di autonomia dei soggetti, figli, cittadini o malati che siano. Anzi, tali atteggiamenti si prefiggono, in modo più o meno esplicito, precisamente lo scopo di scoraggiare le aspirazioni autonomistiche dei soggetti, per la ragione – qui sta la benevolente giustificazione del paternalismo – che, non essendo in grado di conoscere il loro proprio bene e le vie per raggiungerlo, potrebbero sbagliare e farsi del male. Vuoi nel rapporto familiare tra genitori e figli vuoi nel rapporto tra autocrate e sudditi il paternalismo è, nella sostanza, il volto benevolo dello Stato etico.
Noi invece pensiamo che un buon genitore abbia il dovere di volgere il suo impegno educativo alla sollecitazione delle capacità di autonomia dei propri figli, così come un buon governo dovrebbe fomentare nei cittadini il desiderio alla partecipazione alla gestione della cosa pubblica. Sul piano sia privato sia pubblico ciò significa anzitutto non “inculcare” precetti nei fanciulli e nei cittadini, ma lasciare che essi stessi si educhino all’etica della responsabilità, sviluppino cioè le loro capacità di autonomia, consapevoli che il corrispettivo della libertà delle scelte consiste nell’assunzione delle proprie responsabilità. In parole più povere, significa imparare a pensare con la propria testa, pronti a pagare eventualmente il conto.

Angeli e gerarchie cattoliche

Prospettiva, questa, geneticamente estranea alla Chiesa cattolica romana, che non per caso ha individuato programmaticamente i campi privilegiati del proprio intervento nella famiglia, nella scuola e nelle questioni bioetiche, spazi caratterizzati da relazioni gerarchiche e paternalistiche, che possono tuttavia rappresentare l’occasione della costruzione dell’autonomia del carattere, del pensiero e delle scelte sulla vita e sulla morte. Verso l’autonomia dell’individuo, erosiva della loro supremazia, le gerarchie ecclesiastiche, per principio, non possono essere che ostili.
E così, paternalisticamente, la Chiesa inventa – non mi risultano riscontri scritturali – la figura dell’angelo custode, della quale il romano pontefice ha recentemente ricordato e sottolineato l’importanza. Questa ingombrante presenza alle spalle di ciascuno – compresi, sembrerebbe, gli atei, i non credenti e i fedeli di altre religioni – dovrebbe destare qualche inquietudine (altro che intercettazioni e violazioni della privacy!) Bambino, mi sono sentito liberato dalla fastidiosa e incombente presenza solo dopo aver costatato, dopo piacevoli esperienze sessuali infantili, che non riuscivo a percepire neppure un vago senso di rimorso…

Le istituzioni per la deresponsabilizzazione

Ma qui interessa considerare la grave deresponsabilizzazione che la creduta esistenza di una siffatta figura può determinare. Infatti, pregare – credendoci, s’intende, e con convinzione – “Angelo di Dio che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me che ti fui affidato dalla Pietà Celeste” (così l’incipit quotidiano, ai miei tempi, della scuola elementare), significa trovare un eccellente surrogato della coscienza (a proposito della coscienza, si raccomanda sempre la lettura del’esilarante racconto di Mark Twain “A proposito del recente festival del delitto nel Connecticut”). Un surrogato al quale si può ben lasciare la responsabilità delle proprie azioni. Si deve supporre, infatti, che l’angelo custode, avendo ricevuto il mandato addirittura dalla Pietà Celeste non solo a “illuminare”, ma a “reggere e “governare” l’individuo affidatogli, vedrà di fare il suo mestiere da par suo, salvo eventualmente, dove il suo governo fallisca, suggerire, per lavare ogni macchia, una buona confessione, sacramento inventato anch’esso allo stesso scopo di evitare che ogni individuo si assuma le sue responsabilità, a cominciare da quelle verso se stesso. Il passo successivo sono le indulgenze. Un Custode, insomma, a metà tra un precettore privato che trasmette buoni princìpi, quelli ovviamente del magistero cattolico, e un occhiuto Grande Fratello (quello di Orwell, s’intende) che fa la spia.

Dall’autonomia all’etica della responsabilità

I figli e i cittadini educati all’autonomia trovano precisamente nella capacità di assumersi le proprie responsabilità la via per l’etica dell’azione e non abbisognano di paternalistici protettori, in particolare per realizzare e giustificare i propri fini. Essi possono, infatti, rivolgersi ai genitori e alle istituzioni e con loro confrontarsi, sui problemi della loro vita e sulle questioni suscitate dal loro pensiero. A conferma, così anche per i credenti di orientamenti religiosi che riconoscono l’autonomia degli individui e fanno propria l’etica della responsabilità..
Non così per i soggetti educati dal paternalismo e avvezzi a rinunciare alle loro capacità di autonomia, indotti a ricercare protezioni nelle difficoltà della vita e abituati a ricevere dall’alto e non a costruire da sé. L’abitudine al paternalismo suggerisce di rivolgersi ai santi protettori, sia a quelli di categoria (l’elenco è più dettagliato delle statistiche Istat), sia a quelli specialmente dedicati a specifiche intercessioni (sant’Antonio per ritrovare le cose perdute), sia infine a quelli eletti di volta in volta per devozione e simpatie elettive (il santo patronimico piuttosto che Padre Pio). Una galassia sterminata e politeista di diverse migliaia di santi può essere invocata perché interceda per l’orante devoto. Se l’intercessione funziona e la grazia arriva, bene, se no, la colpa può attribuirsi all’inerzia o all’incapacità dell’intercessore, anziché alla propria ignavia e a se stessi, a scanso di responsabilità. Siccome scherziamo coi fanti e lasciamo stare i santi, intendiamo qui dichiarare la nostra perplessità di fronte all’uso strumentale e superstizioso dei santi, senza affatto prendercela con loro, spesso figure ammirevoli che bene hanno operato. Per me, animalista convinto, è difficile, per esempio, non nutrire simpatia e anche una certa ammirazione per Ireneo o Giovanni Crisostomo o Francesco d’Assisi e magari anche per Antonio abate e il suo fido porcellino. A dirla tutta, santi o non santi, m’interessa che siano nobili figure, a valere piuttosto di esempio che come mandatari.

Fede e principio di autorità

Forse non tocca a un non credente osservare che una fede inserita in una relazione
paternalistica è una fede superficiale e piuttosto una superstizione. L’autenticità del convincimento nei valori della propria fede sta, crediamo, nel confrontarsi ponendoli di continuo in discussione e così nutrendoli giorno per giorno di consapevole riflessione interiore, la quale non può reggersi sul principio d’autorità e tanto meno essere suggerita dai vantaggi che possano derivare dall’adesione a una religione, e non penso solamente a comodità materiali e pratiche, ma anche al sollievo dalla sofferenza e dal peso del pensiero e del dubbio. E da cittadino non riesco a fugare il dubbio che i soggetti avvezzi al paternalismo anche per antica tradizione religiosa siano propensi a delegare le proprie responsabilità pubbliche e civili all’uomo della provvidenza di turno, naturalmente ossequiato dalla Chiesa almeno fino a quando non comincia a puzzare, secondo il copione prima di una farsesca tragedia e poi di una tragica farsa.


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Una risposta a “Il reato di paternalismo”

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