Cronologia essenziale del liberalismo (parte 2. Il liberalismo nel ‘700)

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di RAFFAELLO MORELLI <>

2.1 – Nel ‘700, i principali personaggi liberali. La crescita del ruolo del cittadino e l’attività intellettuale in campo scientifico proseguirono con impeto. In corrispondenza, si verificarono cambiamenti nella vita ordinaria, robusti ma distinti tra i due filoni. L’approfondimento del ruolo del cittadino si integrò principalmente con la concezione di Locke e determinò la maturazione del liberalismo relativo ai rapporti tra gli umani conviventi (ripercorrerò le cose nell’ordine cronologico della nascita dei vari protagonisti). Mentre l’attività in campo scientifico (rapporti tra umani e mondo loro circostante) si collegò in prevalenza a Bacone, che aveva esteso l’osservazione a nuovi campi d’indagine rispetto alle scienze matematiche e mediche praticate fino ad allora.

2.1.a – Montesquieu

Il più anziano, nato a fine ‘600, è anche tra le più di rilievo: tra le personalità liberali del ‘700: Charles de Secondat barone di Montesquieu nato nel 1689. Le sue principali opere di filosofo e pensatore, frutto di studi approfonditi di tutte le civiltà note antiche e moderne, sono state Lettere Persiane prima e dopo Lo Spirito delle Leggi, ambedue pubblicate anonime e presentate come manoscritto ritrovato, così da attirare maggiore attenzione sulle idee espresse che non sull’autore.
Nelle Lettere Persiane, Montesquieu ha fatto la satira dei costumi francesi, in specie parigini. Peraltro svolge una critica forte e senza riserve su moltissimi argomenti, dallo stato di natura di Hobbes, al regno di Luigi XIV, al rapporto tra religioni diverse quali il Cristianesimo e l’Islam oppure alle dispute con i giansenisti, e poi su vari aspetti del vivere quotidiano. Di fatto, Lettere Persiane manifestò le convinzioni dissacranti di Montesquieu, che però non erano una fugace manifestazione di un libero cittadino, ma, nel filone della cultura empirista, si fondavano su robuste e meditate conoscenze nei rapporti di vita corrente e nell’ambito giuridico politico, conoscenze che gli consentirono di formulare precise proposte circa la struttura istituzionale.
Su quest’ultimo specifico argomento, Montesquieu pubblicò, poco meno di un trentennio dopo, Lo Spirito delle leggi in cui elaborò un sistema che non soltanto teneva conto di tutti gli studi antecedenti, ma principalmente esprimeva proposte innovative in campo istituzionale, ispirate alla concezione dei liberi rapporti tra i cittadini. Era convinto che “perché non si possa abusare del potere, bisogna che il potere arresti il potere”. Di conseguenza, ispirandosi a Locke, descrisse i caratteri distintivi delle tre forme di governo possibili – repubblica per lui imperniata sulla virtù, monarchia imperniata sull’onore, e dispotismo imperniato sulla paura – e come dovevano essere i tre poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario), tra di loro autonomi. La libertà si esercita nel quadro delle leggi e “è il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono”. Di fatto, l’opera di Montesquieu ha fornito un contributo essenziale per avviare il formarsi delle odierne istituzioni democratiche all’insegna del costituzionalismo liberale.
Qui è necessaria un’osservazione nella prospettiva odierna in Italia. Nei secoli dopo Montesquieu, è un detto comune parlare di divisione dei poteri. Ciò è corretto nei paesi anglosassoni soprattutto ma anche in Francia, vale a dire nei luoghi in cui esistono istituti secondo cui i giudici vengono insediati o direttamente attraverso il voto dei cittadini o comunque attraverso nomine e controlli al di fuori della categoria dei magistrati medesimi. In Italia, invece, la Costituzione ha fatto una scelta analoga ai paesi anglosassoni ed altri nel disporre l’indipendenza della magistratura, ma nel concepirla l’ha specificata non come un potere (su scelta facente capo ai cittadini) bensì come un mero ordine autonomo (di fatti, si entra in magistratura per concorso pubblico gestito dal governo secondo la legge). In sé è cosa corretta, in quanto non si tratta di un potere. Tuttavia, per responsabilità precipua di alcuni settori degli stessi magistrati, negli anni si è sviluppata una distorsione del ruolo della magistratura associata. Essa ha equivocato sul concetto di divisione dei poteri e, nonostante sia un ordine, ha preteso di essere un potere pur non venendo scelto dai cittadini. Così è invalsa la pretesa che, una volta entrati in magistratura, i vincitori si autogovernano senza influenze dall’esterno. Eppure non esiste nel testo della Costituzione e neppure negli Atti Parlamentari preparatori, un preciso accenno all’idea di autogoverno.
Poi, dalla indebita pretesa di autogoverno si è presto arrivati al nodo del legiferare. A tal punto, troppi magistrati si sono impegnati per riuscire a far assumere al Consiglio Superiore della Magistratura la veste pratica di terza camera politica, con la pretesa di intervenire sempre più nel processo formativo delle leggi. A seguito di tale pretesa e visto che troppi magistrati in Italia vengono scelti per concorso, il legiferare non è più riservato solo a rappresentanti dei cittadini. E’ una cosa inaccettabile per la cultura liberale e di fatti ha suscitato, se pur in tempi lunghi, robuste e crescenti critiche, che finalmente cominciano ad avere successo.
Tornando all’opera di Montesquieu, egli affermò che lo Stato adatto a promuovere la libertà è quello in cui i tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) sono esercitati da cittadini diversi e tra loro indipendenti. Per queste sue idee, Montesquieu fu apertamente avversato dai cattolici e i suoi libri vennero posti all’Indice dei libri proibiti. Tipico destino dei concetti liberali. E un richiamo alle esigenze della libertà del cittadino, era anche il continuo invito di Montesquieu ai legislatori di esercitare la moderazione, atto che conteneva due idee: le norme non vanno imposte e richiedono tempo per farle maturare. Il che non è né relativismo né conservazione, ma consapevolezza della pluralità umana. Tipica del liberalismo.
Montesquieu trattava in sostanza della condizione del singolo cittadino, tanto che aborriva l’intolleranza, il dispotismo, la schiavitù. Era però meno sensibile di Locke sul tema del contributo dato alla libertà dall’individuo. Il suo contributo principale è stato lo studio dello spirito complessivo di una nazione o di un popolo, quasi nella convinzione che la libertà derivasse da una caratteristica ambientale prima che individuale. Il che rientra nel punto di vista liberale, purché limitato alle condizioni esterne che determinano lo sviluppo delle singole intelligenze. In ogni caso, Montesquieu fu molto apprezzato in vita e fin dai decenni successivi alla morte, e le caratteristiche liberali dello Stato da lui pensato vennero riprese nella Costituzione degli Stati Uniti (1788) e l’anno successivo in Francia. Qui gli Stati Generali, eletti a maggio e poi trasformatisi a luglio in Assemblea Nazionale per vincere le resistenze del Re, vararono ad agosto la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino con un impianto ispirato a Montesquieu.

2.1.b – David Hume

Nell’odine cronologico annunciato all’inizio del paragrafo, dopo il lavoro di Montesquieu la personalità più rilevante fu David Hume, nato nel 1711. Il quale sviluppò fino alle estreme conseguenze l’impostazione di Locke in specie nell’affidarsi all’osservazione del mondo e al metodo scientifico per riuscire a comprendere tutti gli aspetti della natura dell’uomo.
Per Hume la base di tutto sono le percezioni empiriche, suddivise nelle impressioni immediate (che danno pure sensazioni, emozioni forti e vivaci), e nelle idee frutto di riflessione successiva (che le rende illanguidite rispetto alle impressioni). Le idee innate e la metafisica vanno rifiutate. Nella nostra mente operano due facoltà: la memoria di quanto percepito e l’immaginazione, che connette le idee in libertà. Ma opera anche un principio di associazione, che spinge ad associare le idee in base a criteri di somiglianza, contiguità e causalità. Ciò porta Hume a considerare come di certo vere solo le conoscenze matematiche (perché fondate sulla logica della non contraddizione), mentre tutte le altre sono necessariamente solo probabili perché sono fondate sull’esperienza e l’esperienza concerne i fatti del passato e non i fatti del futuro. Di conseguenza, secondo Hume le conoscenze scientifiche sono esclusivamente probabili (un concetto essenziale per la convivenza libera).
Di più, non v’è certezza neppure della propria esistenza né di quella del mondo esterno durante il proprio sonno e del resto la medesima esistenza del mondo esterno non prescinde dalle nostre impressioni. Per Hume l’uomo è guidato nelle sue azioni dalla credenza che per vivere basti sapere quale sia la probabilità prevalente che accada un evento qualunque. Insomma per Hume la permanente costanza di leggi di natura non è intuibile e neppure dimostrabile. Ciò esclude una conoscenza ultima, ma non la conoscenza pratica, fondata sul metodo induttivo. E sull’esame di chi usa conoscere partendo dall’osservazione concreta della natura mediante l’analisi di ciò che sente più che della ragione. In generale, per Hume, la natura prevale sulle teorie giusnaturaliste o religiose.
L’intento di Hume era pertanto quello di mostrare che certezze di tipo logico matematico non potevano essere attribuite al conoscere le cose del mondo. Quindi era molto critico con la cultura illuministica sua coeva e così tanto diffusa all’inizio in Inghilterra e poi soprattutto in Francia, poiché prendeva le mosse non dall’esperienza bensì dal sapere il più possibile su quanto era accaduto ovunque e su quanto sta accadendo, e poi dall’utilizzare la ragione per maneggiare tale sapere. Perciò Hume non cercava principi ultimi e origini delle cose. Perché i processi mentali non possono prescindere dalle sensazioni del concreto e sostituirsi a loro. Quindi le verità della pura ragione esprimono validità che non richiedono riscontri nella realtà delle percezioni sensoriali ma neppure ne danno per forza. Inoltre, “la ragione, da sola, non può determinare una azione della volontà, né può mai opporsi alle passioni nella direzione della volontà”, e “l’impulso all’azione non sorge dalla ragione ma è solo orientato da essa”.
La posizione empirica di Hume ha indicato i limiti della concezione illuminista, che riduceva al sapere e alla ragione, gli aspetti significativi del percepire la natura e dell’agire. Viceversa, la diversità di ogni cittadino e la libertà nell’esprimersi fanno emergere altre capacità e modi di percepire. Del resto, la natura non è statica e non ha percorsi sempre certi. Ciò non significa che non esistano dei suoi aspetti che si riproducono stabilmente, anche se cosa si riproduca e come non è noto prima di verificarlo. E così la libera volontà si aggira in questo scenario intricato avvalendosi anche delle credenze circa quel che potrà avvenire, l’emergere di eventi deterministici oppure di novità di cui ha colto sintomi precursori. Poi le scelte vengono sperimentate.
Hume trattò la questione religiosa in grande coerenza con la sua concezione empirica. Pertanto sostenne che la religione derivava dall’avvertire il timore per l’ignoto e per la morte, che induceva ad affidarsi a Dio come protezione. Dall’originario politeismo il progredire della civiltà aveva portato ai monoteismi, che avevano più solidità di dottrina ma erano assai più intolleranti e violenti ed inoltre tendevano ad umiliare la natura terrena dell’umanità che invece era valorizzata dai politeismi.
La struttura istituzionale pensata da Hume era una democrazia rappresentativa decentrata da governare con moderazione affidandosi alla libertà e alla tolleranza capaci di produrre cambiamenti ponderati. I commerci dovevano essere favoriti anche in ambito internazionale perché, contrariamente a quanto sostenuto dai mercantilisti, il loro volume non era immutabile e la loro crescita irrobustiva l’economia. Dunque una società improntata nettamente al liberalismo. Peraltro Hume, rispetto a Locke, nello studiare la natura dell’essere umano, si centrò sull’analisi di come funziona il singolo trascurando l’altro aspetto, altrettanto ineludibile, del come funzionano i rapporti di libertà tra i diversi singoli. Ha molto rilievo il suo motto “tutto è ignoto: un enigma, un inesplicabile mistero”, perché esprime l’idea che si vive non di certezze, ma nel percorrere una strada da tracciare. Un concetto che spezza la validità della tesi opposta – la vita è un ordine tranquillo – un’illusione incombente per millenni.

2.1. c – Adam Smith

Sempre secondo la cronologia della nascita, viene poi Adam Smith, 1723, anche lui scozzese. I suoi studi sul significato e sul modo di funzionare dell’attività economica – che alla sua epoca era in pieno sviluppo con la prima rivoluzione industriale, quella della macchina a vapore e del carbone – individuarono i concetti di fondo dell’uso del capitale, definendo il valore degli scambi e il valore derivante dall’uso di un bene: Sono i valori che da allora costituiscono la base dell’applicare i principi liberali dell’autonomia individuale nello svolgere iniziative produttive per affrontare le necessità quotidiane. Adam Smith si dedicò a tale problema, poiché, scrisse, “il piacere della ricchezza colpisce in sommo grado l’immaginazione come qualcosa di grande, di bello, di nobile, il cui raggiungimento merita bene tutta la fatica e l’ansietà che sono state spese per essa”. Capire tale aspetto per Adam Smith era essenziale, poiché nella convivenza l’intersecarsi fluido delle relazioni non dipende dalla volontà dei suoi singoli componenti, bensì dagli effetti concreti derivati dai comportamenti di tutti i componenti. La maggior produzione genera più risorse e quindi fornisce alla società più mezzi per soddisfare i cittadini. E ciò a prescindere da quel che pensano i proprietari dei beni che realizzano il prodotto e dalle loro intenzioni. L’obiettivo è avere una ricchezza adeguata rispetto alla quantità di cittadini dello Stato.
Con questo fine, Adam Smith analizza a fondo il meccanismo che incrementa la ricchezza delle nazioni, arrivando ad affermare che le sue cause principali sono il capitale disponibile e la divisione del lavoro, mentre l’equilibrio complessivo nelle attività produttive raggiungibile senza ricorrere alla forza fisica, lo assicura il mercato, vale a dire il giudizio espresso da tutti i cittadini conviventi tramite il valutare ogni prodotto. Il meccanismo non è affatto semplice, siccome implica diversi fattori, che, differentemente dal tradizionale settore agricolo, sono messi e tenuti insieme dall’iniziativa umana nell’intero ciclo produttivo. Dunque Smith definisce uno per uno i valori di quanto usato e al termine prodotto.
Ogni merce ha un un valore di scambio e un valore d’uso (la sua utilità al fine di poter essere scambiata). I due valori non sono sempre coincidenti. Smith fa l’esempio di un valore di scambio quasi nullo accompagnato ad un valore di uso molto alto (nel caso dell’acqua) e di un valore di scambio molto alto accompagnato ad un valore di uso quasi nullo (i diamanti). Quindi è molto importante capire il perché di queste differenze. Intanto il valore d’uso non determina il valore di scambio. Allora Smith introduce il concetto di costo di produzione che determina il valore dei beni e che è composto da elementi eterogenei (quali lavoro, strumenti di produzione, materie prime) ognuno con un suo valore. Peraltro Smith osserva che i costi per produrre un bene possono essere ridotti ad uno solo, il lavoro (includendovi l’approvvigionarsi dell’occorrente per farlo) necessario al fine di produrre il bene. È questo il costo reale che la società sopporta per la produzione: “il lavoro è il primo prezzo, l’originaria moneta d’acquisto con cui si pagano tutte le cose”.
Così si arriva al prezzo naturale, “ciò che realmente costa la merce a colui che la porta al mercato”, risultante dalla somma delle spese per remunerare i fattori produttivi, vale a dire il salario, il sovrappiù (che è il prodotto al netto dal lavoro complessivo necessario a produrlo, dal costo della materia prima, dalla quota di investimento di capitale sostenuta a monte, quando si tratta di processo non agricolo) o la rendita (che è il raccolto al netto dagli oneri di coltivazione quando si tratta di processo agricolo). Il prezzo naturale è un prezzo di equilibrio del valore di scambio di una merce. Ed è il mercato a definire a livello comparativo il prezzo delle differenti tipologie di lavoro e pure il costo della materia prima. Dopodiché, Adam Smith chiarisce che il prezzo al quale può realizzarsi l’effettiva cessione del prodotto deriva dal rapporto tra la quantità di merce presente sul mercato e la quantità richiesta. Hanno molto rilievo le scelte operative del produttore. L’ aumento dei sovrappiù crea anche le condizioni di un aumento dei salari e di conseguenza una crescita del benessere. Comunque anche questo deriva dal giudizio economico del cittadino. Con la concorrenza che equilibra e riduce il prezzo del parametro quantità e che insieme porta a livellare nei vari settori economici i saggi di profitto capitalistico (il rapporto tra profitto generato e investimento).
Questa concezione dipendeva strettamente anche dalla divisione del lavoro, siccome Adam Smith riteneva fosse senza senso occuparsi di tutto e non considerare la diversità in ciascuno di caratteri, di propensioni e di esperienze. Osservava “presso i selvaggi si nota una uniformità dei caratteri maggiore che non nella società civile”; nei paesi civili, più prestatori d’opera prendono parte al processo produttivo di un solo bene, eseguendo ognuno un unico compito produttivo. Tale specializzazione consente un aumento produttivo molto consistente. Per almeno tre motivi: cresce l’abilità di chi opera essendo specializzato, si riducono i tempi morti conseguenti al passare da una fase all’altra del lavoro, le singole operazioni divengono più semplici e così consentono di utilizzo di apposite macchine al posto dell’umano. In ogni caso, la divisione del lavoro e il conseguente aumento della produzione sono a loro volta legati all’espandersi del mercato (per poter assorbire la produzione in crescita), che è una propensione naturale nell’essere umano, che per natura inclina a scambiarsi i beni.
Un indicatore significativo del produrre è il rapporto tra la quantità prodotta e il numero dei lavoratori usati, cioè la produttività dell’azienda. Secondo Adam Smith, il crescere della produttività fa crescere anche la ricchezza di tutti i cittadini. A partire da coloro che hanno svolto il lavoro visto che “la remunerazione liberale del lavoro è l’effetto necessario… e il sintomo dell’aumento della ricchezza naturale”. Lo chiama stato progressivo dell’economia e della società che da vantaggi a tutti i diversi gruppi sociali, facendo aumentare la domanda dei beni e quindi autoalimentandosi. Adam Smith specificava inoltre che in questa maniera si dava a gruppi ristretti il modo di ragionare sull’attività in corso ed informare gli altri della riflessione fatta. Peraltro, sosteneva, non far ripetere ad ognuno sempre le stesse azioni con il medesimo esito, sviluppa pure in generale il senso critico del lavoratore, che è un fattore positivo del suo essere cittadino. Ancora in aggiunta, Smith sottolineava che pure il lavoro doveva distinguersi in lavoro produttivo (che produce beni in misura tale da consentire il pagamento dei salari e il sovrappiù) e in lavoro improduttivo (che consente il pagamento dei salari e i servizi immateriali fuori dal mercato, come i consumi di lusso ma pure diverse attività dei funzionari pubblici o di professioni dalle più serie alle più frivole). E qui Smith, tutto preso dalla prospettiva di ottenere con il lavoro produttivo un sovrappiù destinato a nuovi investimenti, non arrivò a cogliere la particolare utilità del lavoro improduttivo sotto il profilo del convivere civile man mano che si innalza il livello del benessere.
Adam Smith si accorse invece, con realismo, che lo stato progressivo del sistema è destinato a trasformarsi in uno stato stazionario, a causa della caduta del saggio medio di profitto. Ciò avverrà quando i consumi non copriranno più la quantità prodotta dall’accumularsi del capitale dovuto agli investimenti (in pratica l’offerta dei beni eccede la loro domanda). E avverrà pure quando l’economia cresce più del lavoro e la carenza dell’offerta di lavoro fa lievitare i salari e riduce dei profitti. Però Smith non trae, dalla caduta del saggio di profitto, lo spunto pieno per approfondire un altro aspetto decisivo dell’economia: e cioè che, per mantenere di continuo in vita il processo di profitto e di scambio, nell’organizzare la società sarebbe stato necessario affidarsi alla metodologia individuale. Peraltro avvertì il problema. Tanto che, riassumendo, il nocciolo del pensiero politico di Smith consiste nell’evocare una specie di “mano invisibile” regolatrice dell’equilibrio nell’economia interna di uno Stato.
Tra le tre virtù innate nell’uomo – la benevolenza, che ricerca il bene del gruppo dei conviventi, la giustizia, che serve a dirimere i contrasti di interesse nel gruppo, e l’interesse personale (egoismo), che punta al proprio utile seppure mitigato dalla simpatia umana per gli altri ­– è l’ultima che presiede al settore molto importante della vita, che è quella economica. E l’effetto coordinatore e regolatore dell’insieme dei comportamenti dei vari cittadini “è condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni”. Infatti “non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo, e con loro non parliamo mai delle nostre necessità ma dei loro vantaggi”. Danneggiare questo equilibrio mediante interventi d’altro genere crea alla svelta situazioni distruttive dei liberi rapporti tra i cittadini e della libera circolazione di idee e di iniziative produttive, che sono alla base dello scambio di capitali e di lavoro. Quindi le istituzioni devono impegnarsi per lo sviluppo del mercato, con le sue regole, la sua cultura, la sua etica avversa agli imbrogli. Nel complesso una concezione che applica i principi liberali, a partire dall’autonomia individuale e dal pluralismo dei soggetti conviventi.
La concezione complessiva di Adam Smith comporta almeno tre cose. Una è che la condizione di vita di ogni cittadino deriva dalla ricchezza della società in cui vive e non può essere un obiettivo a sé stante di chi governa. Due che il lavoro fornito dai dipendenti atto ad usare il bene fonte della produzione, va considerato dal punto di vista dei costi al pari di una merce, anche se non lo è davvero. Tre che il disporre di più risorse indurrà mutamenti nei modi di vivere, spingendo ad avere nuovi bisogni per ulteriori necessità di vita degli individui. Queste tre cose mostrano come la concezione di Adam Smith fosse molto duttile, connaturata al realismo e aperta agli aggiustamenti. E non trasformabile in religione, poiché, come la libertà, anche il mercato non è una condizione naturale, ma il frutto di una scelta dei cittadini da coltivare nel tempo.
Il capitalismo liberale pensato da Adam Smith (e che lui stesso definì “l’ovvio e semplice sistema di libertà naturale”) è un sistema economico che, con aggiornamenti non preordinati ma intrinseci, ha resistito a 300 anni di storia, a tre rivoluzioni industriali, alla forte resistenza per motivi religiosi ed ideologici, alla rivoluzione russa, a ripetuti tentativi di soffocamento monopolistico, e che è tuttora il punto di riferimento dell’economia internazionale. Lo hanno osservato in molti ed è la realtà dei fatti.

2.1.d- Cesare Beccaria

Seguendo la cronologia della nascita, il 1738, siamo arrivati all’ultima delle grandi personalità liberali del ‘700, Cesare Beccaria. Nobile milanese, tipico esponente della cultura aperta che andava affermandosi in Europa e per questo in stretta relazione con il conte Verri più anziano di un decennio che aveva apporti già consolidati con quella cultura libero scambista e con l’illuminismo. Beccaria dopo la laurea in legge, pubblicò due libri, dei quali il secondo divenne fin da subito un caposaldo della scienza giuridica a livello nazionale ed anche europeo. Dei delitti e delle pene venne stampato nel 1764 a Livorno , anch’esso anonimo come già prima di lui altri importanti pensatori liberali. Il tema, allora assai delicato per la sua innovativa concezione della giustizia (imperniata sul cittadino e non sul potere), suscitò diverse condanne negli ambienti conservatori, tanto che due anni dopo venne inserito dalla Chiesa cattolica nell’ Indice dei libri proibiti.
Il punto di partenza di Beccaria è già un mutamento di fondo. Egli basa il diritto nella convivenza non sulla legge divina bensì sul rispetto delle norme pubbliche intese come struttura di tutela della società, quasi un contratto di utilità. Perciò le leggi vanno sottoposte al consenso dei governati e prefiggersi di garantire al meglio la felicità al maggior numero possibile di cittadini. Di conseguenza, anche il sistema giuridico allora adottato risultava repressivo e incline ad ingiustificate pratiche di privilegi e di violenza. Per Beccaria la legge penale doveva essere tassativa, cioè un fatto è reato solo quando così definito dalla legge (non a discrezione del giudice nel processo), e va applicata in generale senza eccezioni e privilegi. In più, nella fase dell’indagine, deve essere abolita ogni forma di tortura (allora una pratica molto usata), che colpisce tanto i criminali quanto gli innocenti , cercando di costringerli con la forza ad ammettere atti da loro non compiuti, senza curarsi di sottoporli ad ingiustizia. Arrivati al processo, il giudizio doveva essere imparziale e dunque Beccaria proponeva di distinguere tra l’accusatore e il giudice, precisando che fosse indispensabile sia la presunzione d’innocenza (cioè che nessuno è colpevole finché non è riconosciuto tale nel giudizio secondo le norme di legge) che il pieno rispetto dei diritti processuali dell’imputato.
Quanto alle pene, Beccaria sosteneva che debbano essere pene miti , ma sempre applicate : se la pena é minima , ma il criminale sa che dovrà scontarla e non potrà farla franca , allora non infrangerà la legge. L’ importante è che le pene vengano sempre applicate , altrimenti il cittadino rispettoso della legge , vedendo che i trasgressori non vengono puniti dalla legge , comincerà a trasgredirla anche lui. Ed è anche importante che le pene siano pronte, perché il criminale, compiendo un delitto e non vedendosi punito, finirà per non connettere più il delitto alla pena. Sul tema delle pene, il libro criticava la religione che agevola il delinquente, confortandolo con l’idea che un facile pentimento, seppur tardivo, assicura comunque la salvezza eterna. Inoltre Beccaria interveniva sulla pena di morte (che era una prerogativa del Re derivante da prassi antecedenti il ricorso alle leggi civili) sostenendone l’inaccettabilità giuridica nel contratto sociale, e per di più considerandola inutile quale mezzo deterrente, inefficace quale sistema di punizione, ed elusiva riguardo a tema della riabilitazione del reo che è la vera finalità della pena. La pubblicazione del libro, indusse vent’anni dopo il granduca Pietro Leopoldo ad abolire la pena di morte in Toscana per primo nel mondo.
Beccaria aveva piena coscienza della difficoltà del popolo di comprendere le leggi, e quindi condannava l’oscurità della formulazione delle leggi, convinto che delitti e reati diminuirebbero se tutti potessero comprenderle davvero. Le leggi devono essere accessibili a tutti e tutti hanno il diritto di conoscerle per poterle rispettarle; ed inoltre la loro chiarezza servirà a limitare la pratica di interpretarle a discrezione. Del resto, “il fine delle pene non é altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini”.



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