Cronologia essenziale del Liberalismo (Cap. 8 Fine ‘800 in Europa)

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di RAFFAELLO MORELLI <>
3.10 – Gli ultimi decenni dell’800 in Europa.

3.10 a) Tendenze autoritarie e tendenze liberali.
Nel periodo si confermò la divisione europea in due modelli istituzionali e due aree geografiche. Nella parte ad est della linea coste adriatiche (esclusa la Grecia) e poi arco di cerchio dal golfo di Trieste al Mar del Nord (Emden, Frisia Orientale) – esclusi Danimarca e Paesi Scandinavi, che furono regimi  abbastanza aperti – perdurò  il dominio  di quattro imperi (da sud, quello ottomano, quello austriaco, quello germanico e quello russo più ad est), tutti regimi imperiali autoritari in vario grado, nei quali i cittadini erano semplici sudditi,  talvolta meri servi della gleba. Nella parte più occidentale, si espanse il sistema imperniato sulla libertà di ogni cittadino e sulla centralità del parlamento, insieme con un clima liberale favorevole all’economia privata, anche in competizione   con l’irrobustirsi socialista.  

3.10 a1)  Tendenze autoritarie: l’Impero Ottomano.
Durante l’800, l’Impero Ottomano restò molto esteso, in Europa (dai Balcani al Mar Nero, eccetto la Grecia, indipendente nel ‘29), ed anche in tutta l’Asia Minore, in buona parte della penisola Arabica, nell’intera Africa mediterranea (le ultime due perdute via via a favore della Francia e soprattutto dell’Inghilterra), ma rimase spettatore. Nella seconda metà ‘800, l’Impero Ottomano acuì la frammentazione e l’autonomia economica dei territori in Europa, a cominciare dai Balcani, spinti dall’occidente e dalla Russia, che li voleva indipendenti da Istanbul. Ci furono forti fenomeni di spostamento delle diverse etnie tra varie province Ottomane e la Russia, fonte di rimescolii che resero l’Impero Ottomano sempre più turco e musulmano. Così il sultano Abdul Hamid il Grande lo unificò introducendo il panislamismo, l’identità religiosa islamica. Dunque in una direzione opposta a quella liberale di progressiva separazione tra religione e convivenza dei cittadini. Con le ovvie conseguenze in termini di libertà civile individuale.

3.10 a2) Tendenze autoritarie: l’Impero austriaco.
Era nato nel 1804, per conservare la tradizione asburgica, vecchia di secoli, a difesa della fede cattolica e dedita a criteri di costante modernizzazione. Dopo il Congresso di Vienna, l’Impero austriaco degli Asburgo era stato un protagonista della restaurazione e si era opposto alle riforme della cultura liberale e all’emancipazione delle nazionalità territoriali. Dal 1848 sul trono era Francesco Giuseppe (ci resterà fino alla prima Guerra Mondiale), che concluse la repressione dei moti rivoluzionari di quell’anno, nel 1855 stipulò un Concordato con la Santa Sede (elargendo privilegi che dettero all’Impero un’impronta confessionale) e dopo subì la reazione degli ambienti liberali, accettando nei primi anni ‘60 di rimetterlo in discussione, pur senza soddisfare le richieste di Pio IX. In ogni caso, l’azione di Francesco Giuseppe traballava all’interno e a livello internazionale, al punto da non poter evitare di essere sconfitto in Piemonte e nei domini italiani e in seguito dalla Prussia (Sadowa 1866), la quale riuscì ad imporre la propria egemonia sul mondo germanico.
Allora Francesco Giuseppe decise di trovare un compromesso tra la monarchia asburgica e la nobiltà ungherese. Nel 1867  riformò la costituzione, creando l’Impero austro ungarico, con 12 differenti etnie, con un solo sovrano e  due regni distinti dotati di costituzioni e organi separati ( in comune politica estera,  economica e militare). L’Impero austro ungarico applicò l’espansionismo verso l’area balcanica della Bosnia Erzegovina (che si trovava nell’Impero Ottomano). E per evitare il conflitto in tale area con la Russia, stipulò un’alleanza con l’Impero Germanico (la Duplice Alleanza)  per una mutua assistenza in caso di attacco russo. Duplice Alleanza che tre anni dopo si trasformò in Triplice Alleanza con l’adesione dell’Italia. Nel complesso, a fine 800, l’Impero Austro ungarico non curò le spinte disgregatrici della propria   multietnia e svolse una fitta attività di contatti con gli Stati europei nella prospettiva di accrescere la potenza statale, impegnata in attività economiche. Quindi, all’interno dei singoli stati, restò in coda l’interesse per le problematiche politiche dello sviluppare i rapporti di libera convivenza civile.

3.10 a3) Tendenze autoritarie: l’Impero Germanico.
Per tre decine di stati tedeschi, fu lo sbocco della spinta unificatrice concepita nei primi ‘800 per opporsi a Napoleone. Fallita con la rivoluzione del ‘48 l’opzione di una unificazione dal basso, si giunse ad una unificazione dall’alto promossa dal primo ministro prussiano, lo Junker Otto von Bismark –antiliberale dichiarato –, che prima fece raggiungere alla Prussia l’egemonia sugli stati tedeschi emarginando passo passo l’Austria e poi ricorse al radicato odio antifrancese per far guerra alla Francia, sconfiggendola nel 1870 a Sedan e stringendo Parigi sotto assedio. L’Impero Germanico fu proclamato (anche remunerando alcuni Stati tedeschi restii a cedere indipendenza) all’inizio ‘71, nel Salone di Versailles (una umiliazione voluta). Venne concepito formalmente quale monarchia costituzionale, in cui il Parlamento veniva eletto e il legiferare richiedeva anche il voto del Consiglio degli Stati, in cui la Prussia, in quanto più estesa e con più cittadini, aveva più membri. Esisteva una serie di parlamenti locali nei vari Stati tedeschi. La nomina del Cancelliere spettava all’Imperatore e il potere di fare leggi spettava solo al Parlamento.
Peraltro il clima dominante nell’Impero Germanico fu un autoritarismo ampio, che riconosceva una sostanziale  fetta di potere all’élite terriera, appunto gli Junker. Fino al 1890 Bismarck diresse con mano fermissima  l’Impero – che era parlamentare ai limiti del formale – svolgendo una politica  ed un’azione economica guidate dall’alto, che fecero emergere uno stato potente, capace di  produzione industriale molto robusta, soprattutto nei settori del carbone, del ferro, della chimica, e servito da una vasta rete ferroviaria. Lo accompagnavano consistenti politiche di tipo sociale. Il dibattito veniva incanalato nel solco dell’interesse dello Stato tracciato dal Cancelliere.
Questa era una priorità per Bismarck. Che lo induceva a proseguire il contrasto con la Chiesa Cattolica per riaffermare la libertà dei convincimenti individuali e religiosi. Non solo nella Prussia, paese largamente protestante, ma anche nella Baviera, paese largamente cattolico. Era la battaglia di civiltà – poi definita Kulturkampf da un esponente del partito liberale al Reichstag – per assecondare lo sviluppo delle scienze umane e difendere così lo stato, assicurandogli la direzione delle questioni terrene. Tale battaglia proseguì per un ventennio (non solo in Prussia, ma in tutta la mitteleuropa), finché nel 1878, dopo la morte di Pio IX accanito sostenitore dell’indirizzo più antiliberale nei rapporti con gli Stati, il successore Leone XIII iniziò un’azione diplomatica di avvicinamento che, nel giro di quasi nove anni, ristabilì rapporti distesi con l’Impero Germanico (accettandone però l’assunto decisivo, cioè che la fonte del diritto era la legge e non il diritto canonico).
A parte la Kulturkampf, affine all’impostazione liberale, l’Impero Germanico fu incline a adottare norme restrittive sul diritto di associazione. Ebbe un costante scontro con i due movimenti fautori di politiche socialiste, che si unificarono nel 1875 nel Partito Socialista dei Lavoratori di Germania, il quale rivendicava la proprietà pubblica dell’azienda, la regolamentazione cooperativa e l’ equa distribuzione del rendimento del lavoro (tuttavia il programma del nuovo partito venne apertamente criticato da Marx).  La situazione precipitò in poche settimane nella primavera 1878, quando due diversi iscritti socialisti compirono due successivi attentati al Kaiser. Il Cancelliere reagì riuscendo a far approvare dalle Camere la Legge contro le mire socialmente pericolose della Socialdemocrazia, la quale autorizzava il Governo a vietare le associazioni in partiti, le riunioni politiche, pubblicare giornali, raccogliere fondi. Questa legge, evidentemente autoritaria e prorogata periodicamente dalle Camere, restò in vigore per circa dodici anni, nel mentre Bismarck promoveva una legislazione sociale parecchio avanzata (ad esempio l’assicurazione obbligatoria). Insomma, fu solo un anno e mezzo dopo l’arrivo sul trono di Guglielmo II – già prima in pessimi rapporti con Bismarck – che la legge contro la Socialdemocrazia non fu più prorogata.
Guglielmo II, quasi trentenne, iniziò con un proclama in cui dichiarava di regnare per volere di Dio. E avviò il governo sfruttando le preesistenti condizioni favorevoli in campo economico (che gli consentirono anche l’attenzione ai problemi sociali), in campo militare e manifestando subito l’intento di porsi al centro dell’attenzione dell’intera Europa, attraverso un frenetico viaggiare in tutte le grandi capitali ed una politica estera non poco ondeggiante, assai differente da quella di Bismarck.  Guglielmo II resterà Imperatore fino all’abdicazione nel 1918.
 
 3.10 a4) Tendenze autoritarie: l’Impero Russo.  
Questo Stato, assai considerato in Europa per il ruolo decisivo contro Napoleone, all’epoca di zar Nicola I era diviso tra i filoliberali fautori del valorizzare i cittadini e i sostenitori del ritorno al tradizionalismo della vecchia comunità russa. (oltre gli anarchici fautori di trasformazioni profonde).  La politica di Nicola I fu difendere lo stato dalle idee politiche minacciose, mediante l’accentramento, l’intervento diretto nel governo e l’appoggio alla burocrazia. Nel complesso, una linea che, pur non ostacolando la crescita economica e culturale della Russia, irrigidì le tensioni esistenti e fu conservatrice in modo dichiarato, un esempio di dispotismo illuminato.  E finì per inimicarsi diverse potenze europee (Inghilterra, Turchia, Francia), avventurandosi nella guerra di Crimea (cui prese parte anche il Regno di Sardegna) nella quale subì una grave sconfitta.
Nel 1855 il successore, lo zar Alessandro II, decise di avviare una politica riformistica di ampio raggio per evitare ribellioni. Così, nel 1861, giunse ad abolire la servitù della gleba ,  toccando oltre venti milioni di  poverissimi in condizioni di effettiva schiavitù. Fu un atto di gran rilievo, e anche di raziocinio: pose fine al monopolio aristocratico delle proprietà terriere senza depredarle, visto che i contadini non più servi erano soggetti ad una tassa vitalizia che lo Stato avrebbe utilizzato per rifondere i vecchi proprietari. Eppure questo atto, in sé lungimirante, venne compiuto prescindendo dalla cultura coerente col togliere il monopolio, cioè dalla libertà individuale e dalla libera iniziativa economica. Così abolire la servitù della gleba non servì ad attivare un’imprenditoria dei piccoli proprietari e non risolse il problema agricolo. In parallelo, l’industria si sviluppò non per mano di imprenditori russi bensì con i capitali dello Stato e degli stranieri. La mancata soluzione di problemi strutturali incentivò il ribollire di tensioni con gli studenti e in generale con la cittadinanza, che non esplosero al momento, anche perché gli anarchici teorizzavano la rivoluzione come unica strada del cambiamento sociale. Inoltre lo zar Alessandro II dedicò le sue attenzioni soprattutto alla politica estera (in chiave filo germanica), tanto che in quell’epoca l’Impero si estese parecchio.
A partire da fine anni ’60, iniziò e crebbe alla svelta l’influenza del giurista Pobedonoscev, che fu prima istitutore del figlio dello zar e dopo anche consigliere ascoltato del padre. Pobedonoscev era per l’assolutismo autocratico e dunque conservatore e nazionalista, incline all’intolleranza verso tutte le minoranze etniche, accanito difensore della Chiesa Ortodossa e sprezzante del parlamento. La diffusa antipatia popolare verso un simile consigliere (e uomo di governo) si riflesse anche sullo zar Alessandro II, che subì vari attentati e cadde vittima dei terroristi (1881).
Il figlio, zar Alessandro III, applicò in pieno gli insegnamenti di Pobedonoscev, vale a dire un immobilismo conservatore diretto a russificare le nazionalità un po’ miste, a restringere le autonomie, anche aumentando l’ammontare di proprietà per avere diritto di voto. Approfittando della spinta della seconda rivoluzione industriale, proseguì un robusto processo economico, seppur circoscritto a poche zone. In politica estera, covava una diffidenza per la Germania. Eppure sottoscrisse l’Alleanza dei tre imperatori con l’Impero Germanico e quello Austro-Ungarico (frenandola negli ultimi anni del regno). Per il resto Alessandro III estese i territori dell’Asia Centrale in mano russa (costruendo pure una ferrovia dal  Caspio a Samarcanda) e tessè intricati rapporti attorno alla parte di Bulgaria ereditata dal padre (frutto della guerra agli ottomani), con l’Impero Germanico e poi man mano con la Francia, con cui si alleò negli ultimi anni del suo regno. Alessandro III morì in pochi mesi a quasi 50 anni, nel 1894, e divenne zar suo figlio Nicola II, che lo restò fino alla rivoluzione di oltre venti anni dopo.  
Come il padre, Nicola II fu un autocrate, però assai meno capace. All’inizio sfruttò l’esistente politica di industrializzazione e di potenziamento delle ferrovie, ma non riuscì a far superare al paese la povertà di fondo. In simili condizioni divenne naturale l’aumento della sua lontananza dai cittadini. E contro il suo conservatorismo cortigiano cominciarono ad aggregarsi varie formazioni politiche: quelle liberali ed imprenditoriali e soprattutto quelle dell’area rivoluzionaria e socialista.  In quest’area, il massimo teorico fu Plechanov, avversario degli anarchici, del terrorismo, del socialismo agrario, sostenitore dello spingere la Russia, al pari degli altri Imperi, verso il capitalismo, che avrebbe portato al proletariato, necessario substrato di un movimento rivoluzionario. Sulla scia di un partito da lui fondato anni prima, nel 1898 nacque a Minsk il Partito operaio socialdemocratico, in cui emersero personaggi di primo piano, a cominciare da quelli noti con gli pseudomini di Lenin (che colse i limiti dello spontaneismo anarchico ma non arrivò mai all’impostazione rappresentativa di tipo liberale) e di Trockij, in seguito protagonisti assoluti della Rivoluzione di Ottobre.  




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