Il consumismo natalizio secondo Pasolini: riflessione dalla rubrica ‘Caos’ in ‘il Tempo’

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di RICCARDO RENZI <>
Pensando al Natale da poco trascorso, una domanda ci sorge spontanea, esiste più un’essenza vera del Natale, oppure esso è stato completamente inglobato dal consumismo più sfrenato? A tal proposito ci viene in soccorso un articolo di Pier Paolo Pasolini pubblicato il 4 gennaio 1969[1] all’interno della rubrica Caos in il Tempo. Utilizzando un termine sportivo, quelli dello Scrittore in questo intervento sono dei commenti “a caldo”, poiché la stesura dell’articolo avvenne proprio durante il periodo natalizio. «Sono tre anni che faccio in modo di non essere in Italia per Natale. Lo faccio di proposito, con accanimento, disperato dall’idea di non riuscirci; accettando magari di oberarmi di lavoro, di rinunciare a qualsiasi forma di vacanza, di interruzione, di sollievo»[2]. Pasolini apre l’articolo ricordando la sua infanzia in piccole realtà rurali, legate al mondo contadino, le quali avevano, seppur solo idealisticamente, un legame con Gerusalemme, ma dalla fine del secondo conflitto mondiale, superata la miseria postbellica, quel mondo è stato completamente inglobato dal capitalismo. Ora è il capitalismo a dettare il senso stesso delle festività: «per il nuovo capitalismo, che si creda in Dio, nella Patria o nella Famiglia, è indifferente. Esso ha infatti creato il suo nuovo mito autonomo: il Benessere»[3]. La Chiesa è ormai totalmente asservita alla legge del Capitale e ad essa ha attinto andando a modificare e compromettere le sacre tradizioni della cristianità. La vera Chiesa prima risedeva in quel mondo preindustriale e contadino, fatto di miseria e tradizioni. In quel mondo il tempo era scandito dalle stagioni e dalle festività religiose. Ora invece, come ci dice Pasolini, il Capitale ha ormai inglobato e fatto sue le festività ecclesiastiche e della Chiesa potrebbe anche fare a meno, non gli serve più. «Se essa non ci fosse, esso ne potrebbe fare a meno»[4]. Il Capitalismo ha, in poco tempo, annichilito e annientato la sacralità che risedeva nella festività stessa, andando però a generare una nuova tipologia di sacralità, quella del dono, o meglio “regalo”. Il regalo, quello consumistico, è molto distante dal concetto di dono cristiano. Ironicamente Pasolini afferma che il Natale essendo originariamente una festa pagana ed allegra, ha bisogno del capitalismo consumistico per tornare a quella felicità ed allegria incontrollate. Come ci dice Pasolini quella del Natale paradossalmente non è più una festività religiosa, egli suggerisce infatti che la Chiesa debba distinguersi allontanando le sue festività da quelle ormai generate dal mondo capitalistico. «Ma allora, questa festa pagana ritorni pagana: la sostituzione della natura industriale a quella naturale, sia completa anche nelle feste. E la Chiesa se ne distingua»[5]. Quella che si vive sotto Natale è una psicosi bellica dell’acquisto, del consumo sfrenato e irrefrenabile. Dunque Pasolini vuole fuggire da questa aberrazione del Natale stesso e afferma che spesso trascorre i periodi natalizi all’estero, in paese ancora non fagocitati dal male del capitalismo. Pasolini, proprio come Calvino, si rese immediatamente conto che si stava andando in contro ad una società che escludeva chi non si fosse allineato alla nuova dittatura del consumo, ove tutto è merce, anche la cultura stessa, perciò come fece anche Calvino, egli si mise alla ricerca di una cura, di una soluzione, e la rubrica Caos costituisce proprio questo, la ricerca di una soluzione, partendo dal caos.


[1] Tempo, anno XXXI, n. 1, 4 gennaio del 1969.

[2] Tempo, anno XXXI, n. 1, 4 gennaio del 1969.

[3] Tempo, anno XXXI, n. 1, 4 gennaio del 1969.

[4] Tempo, anno XXXI, n. 1, 4 gennaio del 1969.

[5] Tempo, anno XXXI, n. 1, 4 gennaio del 1969.


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