L’egemonia culturale della destra tra “natura” e “contro-natura”

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di GIANCARLO STRAINI <>
Tutti usiamo schemi cognitivi per interpretare la realtà, più o meno consapevolmente. Con il termine Zeitgeist (spirito del tempo) si intende lo schema interpretativo che caratterizza una fase storica: per esempio l’egualitarismo socialdemocratico del secondo dopoguerra (nei magnifici trent’anni) che però non ha saputo gestire i suoi successi e è stato sostituito dalla “meritocrazia” del neoliberismo (di Thatcher, e anche di Blair); poi le promesse mancate della globalizzazione hanno alimentato la reazione populista (sfiducia nelle élite), ma la sovranità esercitata direttamente dal “popolo” in realtà è stata spesso delegata a un “salvatore”.
Quale Zeitgeist si sta formando adesso? ci teniamo quello neoliberista anche se un po’ ammaccato? proviamo a rilanciare l’egualitarismo socialista? reagiamo alla paura del peggioramento riproponendo vecchie idee e sperando almeno di “conservare” qualcosa di quello che abbiamo? è noto che la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha l’ambizione di guidare la “famiglia politica” europea dei conservatori e quindi – per affermare l’egemonia della sua destra – sta proponendo un suo Zeitgeist.
L’identità culturale che propone non si basa su un nazionalismo “offensivo” (neanche i suoi elettori sono disposti a morire per l’Impero) ma sulla conservazione della “natura” (ovviamente della sua concezione di natura), “sostenendo” i ceti popolari impoveriti dalla globalizzazione neoliberista con un nazionalismo “difensivo”, che comunica l’origine dei mali nel Diverso, nell’Altro etnico e culturale, negli immigrati, nei movimenti femministi e lgbt+, nelle varie proposte che non si fondano sulle radici cristiane dell’Europa e quindi sono “contro natura”.
Se prendiamo come un esempio – tra le tante iniziative di questa destra – le Tavole di Assisi che si terranno il prossimo settembre, possiamo avere una sintesi efficace di come vogliono “rilanciare il pensiero cristiano, conservatore e identitario”.
Innanzi tutto vogliono affermare (contro il relativismo della scienza e della modernità) il “primato dell’essere”, cioè un essenzialismo, una metafisica, una “sacralità della vita umana“, in contrapposizione all’autodeterminazione (all’aborto, all’eutanasia…), perché la società “naturale” è fondata sulla famiglia, sul matrimonio finalizzato alla procreazione (contro “inverno demografico e neo-malthusianesimo”).
Sono inoltre contro il cosiddetto transumanesimo, cioè contro l’uso illuministico delle scoperte scientifiche e tecnologiche per aumentare le capacità fisiche e cognitive, per compensare gli effetti delle malattie e dell’invecchiamento. La sofferenza è “inevitabile peso dell’esistenza umana ma anche fattore di possibile crescita personale” (Wojtyla, Evangelium Vitae, 23), quindi troppi interventi sulla “natura” rischierebbero di renderci “disumani”, come già avverrebbe con le ideologie gender diffuse tra i giovani, che ci stanno portando verso una “dittatura soft” del politicamente corretto.
Vogliono poi rilanciare le credenze tradizionali su “Anima e trascendenza: Fede, Chiesa, Vita eterna”, partecipazione ai riti del cattolicesimo, contro la “decadenza” dei costumi. E riaffermando la bellezza, lo splendore dell’arte sacra (anche se narrata con il linguaggio un po’ meno splendido e sacro di Vittorio Sgarbi). Vogliono, infine, una presenza politica. Certo, l’Italia ripudia la guerra, ma il Catechismo della Chiesa Cattolica ammette la “guerra giusta” (CCC 2309), perché “gli uomini, in quanto peccatori, sono e saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta di Cristo”.
Il governo Meloni, finora, ha solo aggiunto alcuni elementi autoritari, clericali e reazionari, all’agenda Draghi, essendo pragmaticamente consapevole dei vincoli internazionali e della necessità di farsi sdoganare dall’establishment dopo anni di opposizione, barcamenandosi tra improvvide esternazioni dei suoi camerati nostalgici e dei fratelli-coltelli berlusconiani e leghisti.
Il riferimento ideologico di Giorgia Meloni non sembra essere il fascismo “rivoluzionario” dei diciannovisti, ma l’ideologia reazionaria e clericale di quelli che si trasferirono nella destra DC degli anni ’50. Un’ideologia che la presidente del consiglio sta cercando di attualizzare in un partito conservatore europeo, che potrebbe esprimere un “nuovo” Zeitgeist. E potrebbe anche farcela, se le sinistre non sapranno finalmente riconquistare la rappresentanza laica dei lavoratori e dei ceti popolari, dei loro interessi ideali e materiali.



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