Famiglie arcobaleno “invisibili… per legge’”

image_printstampa articolo

di MARIA GIGLIOLA TONIOLLO <>
Famiglie Arcobaleno, tanto di cappello: a loro stima e considerazione per le battaglie sul campo, per l’amore e il rispetto naturale in cui si riconoscono e per l’attivismo instancabile che le contraddistingue, dentro un clima colpevolizzante e diffidente che persiste nonostante il correre del tempo e le tante storie di vita. Le coppie di gay e di lesbiche sono obbligate ancora oggi a battersi quotidianamente per loro e soprattutto per i loro figli e figlie, a contrasto di pesantissimi messaggi sociali più o meno palesi di omofobia o di transfobia, quando invece si dovrebbe collaborare tutti per sanare leggi carenti e competenze parziali, al posto di dinieghi, di esitazioni e ancora di tanti e troppi dubbi, alimentati in modo strumentale da una propaganda politica chiusa, bigotta e per nulla scientificamente informata, che anzi spavaldamente vanta di ignorare ogni progredire della ricerca e della storia dell’umanità.
In realtà il processo di pluralizzazione delle famiglie si era avviato ormai da tempo, da modello unico “pater, mater et filii” incontriamo: famiglie allargate, ricomposte, multietniche, unipersonali, monogenitoriali, omogenitoriali, adottive. Ciò che conferisce identità alla famiglia non è dunque una propria struttura immutabile, bensì sono le relazioni che si intrecciano in un interno caratterizzato da reciprocità, generatività, sessualità, amore. Generatività che, secondo lo psicologo tedesco-statunitense Erik Erikson consiste nella preoccupazione di creare e dirigere una nuova generazione e che ha come alternativa sociale il concetto di “stagnazione” come autoreferenzialità sterile.
La mancanza di riconoscimenti legali di queste famiglie è assai pesante in quanto le priva di numerosi supporti sociali, c’è chi ha avuto difficoltà anche semplicemente ad avere un pediatra o a ottenere l’iscrizione all’asilo nido, non avendo un’identità amministrativa. De Rose et al. definiscono le famiglie arcobalenoinvisibiliper legge‘ (2022: 116). Le famiglie omogenitoriali non godono di una regolamentazione giuridica che le tuteli, anzi sono soggette a una vera e propria negazione dei diritti relazionali, giuridici e quotidiani: per esempio in caso di separazione o morte di un cogenitore i figli non sono tutelati. Certe dinamiche sono decisamente la manifestazione della cosiddetta omofobia istituzionalizzata, che sfocia in una mancata tutela delle relazioni affettive primarie, per cui i figli si troverebbero coinvolti nello stigma dell’omosessualità dei loro genitori. Il genitore non biologico che fin da prima concepimento ha voluto quel figlio e lo ha seguito passo passo da prima che nascesse è costretto a passare attraverso le maglie dell’adozione speciale, che non è in alcun modo finanziata pubblicamente per essere messa alla portata di tutti. Per non parlare del fatto che i coniugi eterosessuali possono adottare un bambino, invece di ricorrere alla procreazione assistita.
Ci sono poi quelli che sempre ritengono di saperne una di più. Fra le obiezioni più diffuse e non in buona fede, per esempio, le perplessità sullo sviluppo psicologico di figlie e figli, o l’allarme delle conseguenze di una stigmatizzazione omofobica ed eterosessista, fomentata ovviamente proprio dagli stessi che la paventano, situazioni che i bambini di una famiglia omogenitoriale possono incontrare durante la loro socializzazione, è vero, anche perché qualsiasi tipo di diversità fatica ad essere accettato: bambini che vivono in condizioni svantaggiate, bambini con problemi fisici o con disabilità, bambini di altri Paesi, vengono spesso non capiti, bullizzati e presi in giro, ma ciò non può certo mettere in discussione la loro esistenza.

Già nel 2005 l’American Academy of Pediatrics aveva incaricato una serie di associazioni scientifiche, di organizzazioni sociali, professionali e governative, di avviare uno studio su gli effetti dell’omosessualità di uno o entrambi i genitori sulla salute psicologica dei bambini: fu analizzata tutta la letteratura scientifica disponibile su personalità, su comportamento, su capacità educative e su livello di adattamento dei genitori, su sviluppo emotivo e sociale, su identità di genere e su orientamento sessuale dei bambini. I ricercatori giunsero alla conclusione non esservi relazione tra orientamento sessuale dei genitori e adattamento emotivo, psicosociale e comportamentale dei figli, nessuna differenza per sintomi depressivi, per autostima, per rendimento scolastico e per capacità di sviluppare relazioni sociali e affettive e anche per quanto riguarda l’orientamento sessuale di figlie e figli, tutte le ricerche hanno evidenziato come non ci sia alcuna prevalenza di omosessuali in figli cresciuti in contesti omogenitoriali. Perché allora non studiare anche le differenze tra figli tanto cercati, voluti contro il mondo, affrontando enormi difficoltà e altri figli di famiglie tradizionali arrivati appunto “per tradizione” o magari del tutto inattesi? Uno degli studi più rilevanti resta quello di Kurdek del 2004, che ha dimostrato come, in generale, le coppie omosessuali non differiscono da quelle eterosessuali e in molti dei casi confrontati le coppie omosessuali funzionano meglio.

La faticosa approvazione della legge sulle unioni civili, approvata solo nel 2016 dopo una condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per il mancato riconoscimento giuridico dei nuclei familiari di persone dello stesso sesso, aveva reso evidente che la formazione delle famiglie arcobaleno non ha una chiara tutela giuridica. L’adozione del figlio del coniuge era stata prima discussa e poi espunta dal testo definitivo della legge sulle unioni civili, anche in questo caso scrivendo il nostro Parlamento una pagina di impensabile goffaggine e inciviltà. A fronte dell’esigenza di un riconoscimento, si registrano invece ancora gli stessi segnali di chiusura sul piano giuridico, tanto rispetto alle richieste di accesso alla genitorialità, quanto alla tutela dei nuclei già formati. E ancora, in precedenza, dopo un vergognoso dibattito parlamentare, la legge n. 40/2004 aveva escluso le coppie di persone dello stesso sesso dalla possibilità di usufruire di percorsi di fecondazione medicalmente assistita. Quanto alle corti, la possibilità di trascrizione degli atti di nascita dei bambini di una coppia lesbica era da ritenersi ormai consolidata, soprattutto dopo una sentenza favorevole della Corte di Cassazione del 2013 e tuttavia, tale interpretazione favorevole alla trascrizione per le madri lesbiche resta eccezione e non si applica anche alle coppie gay, né autorizza la formazione di analoghi certificati di nascita in Italia. A ciò si aggiunge la recente tendenza all’annullamento dei riconoscimenti di rapporti di filiazione già avvenuti, in assenza di una norma autorizzativa, tramite la registrazione degli atti di nascita di bambini nati in un nucleo omogenitoriale, da parte di ufficiali di stato civile. 

Su comando del Ministro dell’Interno o semplicemente per acquisire meriti dentro un governo di destra, a Padova nel marzo scorso la Procura aveva chiesto la rettifica dell’atto di nascita dei figli avuti all’estero con fecondazione eterologa, imponendo la cancellazione del nome della madre non biologica. La decisione riguardava ben trentasette famiglie e toglieva di fatto uno dei genitori ai bambini, costringendo la famiglia a un’unica lunga, farraginosa strada, quella della procedura di adozione in casi particolari con ripetute ispezioni degli assistenti sociali, a cui il richiedente è tenuto a dimostrare di essere buon genitore, come se si trattasse di estranei e non di figli voluti e seguiti amorevolmente fin dal concepimento.

Nelle due udienze a porte chiuse la Procura aveva chiesto al Tribunale di Padova di sollevare la questione di legittimità di fronte alla Corte Costituzionale perché si valutasse se l’esclusione delle coppie di madri lesbiche e dei loro figli dalle norme che regolano l’accesso alla fecondazione assistita eterologa, violasse i loro diritti fondamentali.

Gli avvocati dell’associazione Rete Lenford, che rappresentano molte delle madri lesbiche oggetto del ricorso di Padova, avevano chiesto di applicare anche alle coppie di donne la parte della legge 40 sul consenso all’eterologa, in base alla quale acconsentire all’uso da parte della propria moglie o compagna del seme di un donatore rende co-genitori del bambino che nascerà. E avevano chiesto in subordine di demandare la decisione alla Corte costituzionale. Da qui una svolta importante per la battaglia giuridica sul riconoscimento delle famiglie omogenitoriali, perché la Procura di Padova, guidata dalla procuratrice aggiunta Maria D’Arpa, si è infine allineata alla richiesta delle madri arcobaleno. Già a gennaio 2021, la Corte Costituzionale aveva stabilito che l’assenza di una legge per il riconoscimento tempestivo dei figli delle coppie omogenitoriali violava i diritti incomprimibili dei bambini, richiamando il legislatore a colmare al più presto il vuoto di tutela.

Infine, la possibilità di fare ricorso alla maternità surrogata viene fortemente criminalizzata e si colloca in Italia in un vicolo cieco dal punto di vista giuridico, arrivando le destre parlamentari al governo, ma non solo loro, a sostenere un disegno di legge teso a riconoscere tale pratica come “crimine universale”, punibile cioè indipendentemente da dove il fatto sia avvenuto, tentando di rendere inagibile nel nostro Paese una pratica altrove riconosciuta legittima e regolamentata -Portogallo, Canada, Stati Uniti, Georgia e Ucraina, ecc-. Infine, anche la Corte costituzionale sembra aver precluso di recente la possibilità di ampliare l’accesso alla maternità surrogata tramite contenzioso.

L’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, sottolinea l’insostenibilità di rendere reato la maternità surrogata all’estero: si tratterebbe di un attacco alla sovranità dei Paesi in cui la pratica è legale. “Lo Stato italiano chiederà a Paesi come il Canada, l’Ucraina o la Grecia informazioni sulle procedure seguite da queste coppie? – si domanda Filomena Gallo – Questi Paesi sono liberi di rifiutarsi di fornire informazioni. Ci saranno anni di processi, i bambini saranno separati dai loro genitori e noi dovremo tornare in tribunale per difendere queste persone da una cattiva legge”.

La sua associazione ha presentato una controproposta di legge per legalizzare la maternità surrogata solidale. Basandosi sulla natura volontaria delle madri surrogate, si richiede che abbiano meno di 42 anni, siano già madri ed economicamente indipendenti. Verrebbe inoltre eliminato il divieto di accesso alla procreazione medicalmente assistita per i single e le coppie omosessuali. “Siamo nel 2023 – dice Gallo -. Ci sono diversi tipi di famiglia e non possiamo far finta che, in virtù di una posizione politica, queste famiglie siano escluse dal nostro Paese”.

L’attuale intreccio tra vuoti legislativi e realtà di fatto fa sì che, finora, gli ostacoli giuridici alla genitorialità abbiano favorito i più informati e facoltosi, in grado di conoscere le varie possibilità e di organizzare eventualmente “viaggi procreativi” per superare gli ostacoli. Le Famiglie Arcobaleno in realtà sono sempre esistite e certe dinamiche altro non sono che un’odiosa manifestazione di omofobia istituzionale che si trasforma in mancata tutela di relazioni affettive primarie.


Categories:

, ,

Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *