Non possiamo fare a meno delle religioni?

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di GIANCARLO STRAINI <>

Tutte le ricerche sociologiche confermano che la religione è restata un riferimento importante solo per una minoranza, di “radicalizzati” e di anziani, soprattutto donne; è vissuta con estraneità dai giovani di entrambi i sessi; è diventata un riferimento incerto, un’appartenenza senza credenza, una religione a bassa intensità, anche per la gran parte di chi si dichiara ancora cattolico.
Dunque la secolarizzazione procede, soprattutto in Europa, ma in modo non lineare. La religione sembra sparire ma poi si ripresenta seppure in forme nuove, contraddittorie, sfumate, anche perché riesce a coprire parte dello spazio lasciato vuoto dalla crisi della politica, in particolare del pensiero socialista.
Il termine “religione” è estremamente polisemico, è usato con significati diversi, complessi, stratificati. La Treccani la definisce come il “complesso di credenze, sentimenti, riti che legano un individuo o un gruppo umano con ciò che esso ritiene sacro, in particolare con la divinità, oppure il complesso dei dogmi, dei precetti, dei riti che costituiscono un dato culto religioso”.
Alcuni (non solo i religiosi) sostengono che la teologia politica sarebbe inestinguibile e pervaderebbe tuttora la politica, sia pure in forme nuove (Schmitt). Effettivamente il percorso per superare la teologia medievale – la “scienza” che studiava “razionalmente” la natura di dio e i suoi rapporti con l’universo – è stato lento, parziale e contraddittorio.
Il Rinascimento ha spostato l’attenzione sull’uomo; Spinoza e altri, per potersi occupare della natura senza finire sbruciacchiati per ateismo, hanno equiparato dio e natura (deus sive natura); anche la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 ha avuto un impianto giusnaturalista; solo successivamente il giuspositivismo si è un po’ liberato, non solo di dio ma anche della “natura”, e la religione, non più fondamento del sistema, è stata declassata a uno dei sottosistemi che soddisfano particolari bisogni nella società diventata più complessa.
È abbastanza evidente che alcuni concetti politici hanno una ascendenza religiosa: la speranza in una salvezza trascendente è stata in parte assorbita e in parte trasformata nell’idea di progresso; i regimi totalitari mostrano molte affinità, anche rituali, con il totalitarismo delle religioni (soprattutto con i monoteismi occidentali abramitici, meno con le religioni orientali).
Però è una forzatura considerare tutte le visioni del mondo, anche politiche, tout court come religiose, solo perché forniscono un orizzonte di senso, esistenziale. Le scienze cognitive hanno dimostrato che tutti adottiamo (consapevoli o meno) un’ideologia, un sistema di credenze (bias, pre-giudizi) che, essendo individui relazionali, assorbiamo dall’ambiente sociale: di norma “assimiliamo” tramite schemi a priori e solo occasionalmente li “accomodiamo” grazie alle esperienze e alla razionalità scientifica (Piaget).
La scienza fornisce risposte sempre relative, parziali e provvisorie, che alcuni intendono solo come prestazioni tecniche, e quando si accorgono che il metodo scientifico è anche una visione del mondo allora equiparano la scienza alla religione. Le religioni (almeno quelle “rivelate” come ebraismo, cristianesimo e islam) sono intrinsecamente totalitarie, dogmatiche e finalistiche: indicano qual è il Male e il Bene assoluti, “il” percorso di salvezza e la destinazione finale, non solo “un” percorso.
La scienza e il pensiero politico moderno che discende dall’illuminismo (le culture politiche liberali e socialiste) forniscono anch’essi un orizzonte di senso, una prospettiva esistenziale, la speranza in un futuro migliore, ma come percorso da sperimentare e correggere con l’autodeterminazione, senza verità assolute (in quanto rivelate da dio) e senza precostituire finalismi (resurrezione, giudizio universale), senza ricorrere al sacro (sebbene alcune tracce di sacralità rimangano ancora nei riti e nelle “religioni civili” degli Stati laici).
Bisogna guardarsi dalle categorizzazioni semplificatorie, perché abbiamo anche qualche scienziato che si esprime in modo dogmatico (scientista); abbiamo il Marx che chiama comunismo “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti” e i comunisti finalistici che aspettano il Sol dell’avvenire; abbiamo le liberaldemocrazie laiche e il dogmatismo di mercato dei neoliberisti, finalistico e assolutistico.
Dobbiamo infine ricordare – anche in questa sommaria e schematica nota – che la modernità nasce anche in risposta alle guerre di religione, per avere la pace e la libertà rinunciando alle contrapposte Verità Assolute, almeno nella sfera pubblica (etsi deus non daretur). Le chiese, anche quando si presentano dialoganti e compassionevoli, sono costitutivamente totalitarie e antistataliste. Lo Stato moderno deve garantire la laicità, compresa la libertà di espressione delle chiese, ma anche che le sue istituzioni siano orientate solo dai valori costituzionali e non dai dogmatismi religiosi e politici.


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